martedì 4 gennaio 2011

La Parrocchia Regina Pacis di Roma – luglio-agosto 1950


1. – Un po’ di storia

Situata al centro del quartiere di Monteverde e a circa 300 metri dai vecchi bastioni della città, chiamati Mura Aureliane, la chiesa parrocchiale di Regina Pacis è una delle 121 chiese che compongono la Diocesi di Roma.
Oggi conta circa 12 mila abitanti. I nostri Padri l’hanno vista cominciare molto modestamente quando ancora non c’era che qualche villino e alcune case disseminate tra gli orti.
Parliamo del periodo di poco antecedente la Prima Guerra Mondiale (1910-1914).
I nostri studenti, che allora risiedevano al Gianicolo, al giovedì e alla domenica attraversavano Porta San Pancrazio e offrivano i loro servigi. Raggruppavano i bambini e insegnavano loro il catechismo. Assicuravano, inoltre, la messa della domenica che si celebrava in una cappella provvisoria. Rammentate, Padre Genevet, come amavate rivolgere fervorini ad una platea avida e ben disposta?
Alcuni confratelli canadesi sostituirono Padre Genevet, durante la Guerra (1914-1918). Poi, tornata la pace, arrivò il R. P. Pietro Ciaffei che, con il suo dinamismo, fu l’animatore instancabile della comunità parrocchiale, sempre succursale della Parrocchia di Santa Maria in Trastevere. Nel 1926, Padre Ciaffei, vittima delle suscettibilità fasciste, dovette ritirarsi in Perù e venne sostituito da Padre Luigi Grossi.
Il Vicariato di Roma, informato favorevolmente da Monsignor Pisani, parrocchiano di Monteverde, ci lasciò intravedere in un futuro prossimo l’elevazione da cappella a parrocchia, che noi avremmo diretto. Il Reverendissimo Padre P. Delaroche, Superiore dei C.R.I.C. sopravvalutando forse le proprie forze, si diede subito da fare per iniziare la costruzione della chiesa. Anzitutto voleva offrire una testimonianza in favore della sua Congregazione e dare un bell’esempio di architettura francese. Sappiamo che aveva un’indole artistica e che aveva studiato le arti decorative. Si rivolse ad un noto architetto per erigere una chiesa come lui sognava. Fu l’arch. Sainte-Marie-Perrin, che dirigeva allora i lavori della basilica di Fourvière, a progettare la nostra nuova chiesa.
Il Reverendissimo Padre invitò le nostre case ad organizzare delle questue nelle loro parrocchie; costituì a Roma un Comitato Pro-Regina Pacis; fece contribuire tutti i suoi amici e finalmente, con le prime risorse, poté dare l’ordine all’imprenditore romano di cominciare i lavori dalla cripta.
Questa cripta, in capo a tre anni, era già un monumento, però sotterraneo, la cui importanza poteva sfuggire ad occhi distratti. Comunque venne giudicata adeguata a sostituire la cappella provvisoria. Dopo la benedizione solenne, venne organizzato il culto e Padre Luigi Grossi ne fu il cappellano, così come era già stato nella cappella precedente.
Come si stava bene nelle nostre catacombe di Monteverde! Calde in inverno e fresche in estate. Uscendo dal collegio internazionale dei C.R.I.C. bastava attraversare via Federico Torre e scendere una bella scala di marmo bianco per prendere subito posto dietro l’altare maggiore e celebrare le funzioni. Qui realizzammo alla lettera le prescrizioni degli antichi canoni che volevano che al lato di ogni nuova chiesa venisse installato un presbiterio, per assicurare la lode divina.
Noi, preti italiani, sotto la guida del curato di Santa Maria in Trastevere, facevamo fronte a tutti gli obblighi del ministero parrocchiale con grande devozione.
Sì, tutto andava bene e prometteva ancora meglio, salvo che gli amici e i protettori dell’Opera cominciarono a tirarsi indietro. Le entrate arrivavano con il contagocce a fronte delle spese che si contavano in centinaia di migliaia. Il Reverendissimo Padre si batté finché poté, contraendo prestiti che riteneva essere a breve termine ma che dovette poi prolungare aumentando il peso degli interessi. Lo spettro della bancarotta era all’orizzonte e l’orizzonte si avvicinava sempre di più.
Su queste premesse, il Reverendissimo Padre Casimiro venne chiamato ad assumere la direzione dell’Istituto. Messo di fronte alla situazione finanziaria, non vide che un modo per tirarcene fuori con onore: ricorrere alla munificenza della Santa Sede.
Grazie ad illustri e devoti intermediari (che i loro nomi siano benedetti da chi li conosce) Sua Santità Pio XI venne messo al corrente dei fatti e la richiesta del Reverendissimo Padre Casimiro accolta. La Santa Sede per trarci d’impaccio acquistò la chiesa in costruzione, i terreni e gli immobili che dipendevano da essa per l’ammontare complessivo dei debiti contratti.
Era chiaro che non avremmo potuto pretendere di continuare a seguire i lavori. Fu la Commissione delle Chiese, collegata al Vicariato di Roma, che lasciando da parte i progetti del Reverendissimo Padre Delaroche, ne fece di nuovi. Quasi all’alba dell’ultima guerra (1938) la Commissione eresse una chiesa a proprio gusto, più semplice e meno costosa dell’edificio che avevamo sognato.
I tempi vennero rispettati: la chiesa rimase affidata ai nostri Padri non, come si dice, “pleno jure” ma “ad nutum Sanctae Sedis”.
Il curato nominato fu Padre Antonio Novaro, con Padre Luigi Grossi come primo vicario. Padre Scipioni avrebbe dovuto essere il secondo vicario, senza contare i preti ausiliari che sarebbe stato consentito prendere dalla Congregazione o tra i sacerdoti secolari residenti in loco.
Questi cenni storici che abbiamo ricordato ci aiuteranno a comprendere meglio la mentalità della parrocchia. Aggiungeremo una breve descrizione della chiesa attuale e delle attività di culto di cui essa è il fulcro.

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