domenica 26 gennaio 2014

Ite, missa est



di Silvia Campanella

I più “grandicelli” tra di noi, diciamo quelli che hanno passato tre volte gli “anta”, certamente ricorderanno qualcosa della Messa in latino, anche se ormai sono passati ben più di quarant’anni.
Il congedo era dato dal celebrante con queste parole: «Ite, missa est», che nella traduzione italiana, per la verità poco fedele al significato non letterario, è diventato: «La Messa è finita, andate in pace».
Certo una traduzione letterale in italiano sarebbe suonata piuttosto improponibile, infatti si dovrebbe dire: «Andate, è mandata». Frase che nella nostra lingua sarebbe risultata enigmatica e inelegante, bisognevole di una spiegazione piuttosto verbosa a danno della sintesi latina, che con questa breve espressione idiomatica esprimeva un concetto molto profondo.
“E’ mandata”: chi? Che cosa è mandata? A chi? Dove? Perché? Come?
Fin dai primissimi tempi il rito della Messa è praticamente sempre lo stesso, lo leggiamo con chiarezza negli Atti degli Apostoli e nell’Apologia dei cristiani scritta nel 155 da San Giustino martire all’imperatore pagano Antonino Pio.
I discepoli, i fedeli diremmo oggi, sono riuniti per la “cena del Signore” nel giorno detto del Sole, ovvero la domenica, giorno della resurrezione, per “spezzare il pane”, per celebrare Messa insomma.
Ascoltano prima la Parola, poi l’insegnamento, poi, dopo aver pregato per se stessi e per tutti, presentano i doni: pane, vino e acqua e le offerte per i poveri al “preposto”, al “presbitero”; questi consacra il pane e il vino e lo Spirito Santo li trasforma nel Corpo e nel Sangue di Gesù, che vengono distribuiti ai presenti, ma una parte viene messa da parte ed inviata, mandata, ai malati, ai carcerati, a quanti si sono trovati nell’impossibilità di partecipare.
Come oggi, del resto: i ministri, ordinati o straordinari, a fine Messa portano la Comunione a chi è costretto tra quattro mura. Perciò: «Andate, la Comunione è mandata a chi non c’era per giusto impedimento». La Chiesa ha cura di tutti i suoi figli e tutti li nutre dello stesso Pane perché tutti siano una cosa sola.
Ma c’è anche un significato più generale e profondo: la Chiesa, riunita in assemblea, si è nutrita della Parola e del Pane di vita eterna, si è unita a Cristo, è stata trasformata nel Suo corpo ed ora è “mandata”: ogni Messa, memoriale della Pasqua di Cristo, è un nuovo mandato per ogni cristiano.
Ricordiamo tante parole di Gesù: «Come il Padre ha mandato me, così Io mando voi». «Andate ed annunciate a tutti i popoli fino agli estremi confini del mondo». Ognuno di noi ne serba altre dello stesso significato nel proprio cuore. Allora: «Andate, ite, perché questa assemblea, questa Chiesa, missa est, è mandata da Me nel mondo».
Perciò che tu sia o no ministro della Comunione, uscendo dalla celebrazione eucaristica, sei comunque “mandato” a portare la comunione con Dio e con la Chiesa al mondo intero, a chiunque sia sul tuo cammino.
Ora non vorrei sembrare irriverente, ma certe volte, con una mentalità che non esito a definire “veterotestamentaria”, sembra che il commiato del sacerdote all’assemblea: «La Messa è finita, andate in pace!» per qualcuno suoni come se dicesse: «Avanti, su! anche questa volta vi siete tolti il pensiero! Perciò andate via tranquilli di aver assolto al precetto!» E noi, liberi da sensi di colpa, rispondiamo: «Ringraziamo Dio!».
Forse per evitare questo equivoco penoso e risvegliare la missionarietà in ogni battezzato, la liturgia prevede altre espressioni di congedo, come: «La gioia del Signore sia la nostra forza. Andate in pace.» «Nel nome del Signore, andate in pace.» «Portate a tutti la gioia del Signore risorto. Andate in pace.»
Andate e distribuite Parola e Pane, distribuite la Grazia di Dio, «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» dice Gesù agli apostoli mandandoli per la prima volta in missione dopo averli nominati (Mt 10,8).
Già, ma da chi andare? A chi distribuire questi doni in un mondo che sembra diventato indifferente se non del tutto contrario? Ognuno di noi potrebbe ben lamentarsi: «In famiglia non mi ascoltano, sul lavoro devi star sempre in guardia e, se fai certi discorsi, ti prendono anche in giro, in certi ambienti rischi di essere isolato. Io, da buon cattolico, a Messa ci vado, ma a chi vuoi mandarmi, Signore? Non ascoltano nemmeno i preti!»
Ma Gesù «vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore» (Mt 9.36). Non è forse così anche oggi? Allora Gesù ordinò ai suoi discepoli di dar “loro stessi” da mangiare a quei poveretti, ma quelli non capivano e contestavano che non sarebbero bastati 200 denari, che evidentemente non avevano, per dare anche solo un pezzo di pane ad ognuno. Avevano cinque pani e due pesci, ben poca cosa, ma l’amore di Dio li trasformò in abbondanza per tutti, tanto che ne avanzarono dodici ceste. Allora ecco che i “nostri cinque pani e due pesci”, il nostro poco, il nostro niente, se messo nelle mani di Gesù, se affidato alla potenza del suo amore, può moltiplicarsi quanto serve e ancora di più.
E non si tratta tanto o solo di dare ai poveri cibo e vestiti, certo anche quello e oggi sempre di più anche nei Paesi cosiddetti “ricchi”, “sviluppati”, perché il Signore comanda anche la carità concreta, corporea vorrei dire, ma è urgente anche sfamare la fame di Dio, anche in chi non si rende conto di soffrirne e pensa, magari, che il problema che lo agita e lo rende infelice sia che non può cambiare macchina o fare una vacanza, mentre invece la sua vita è seriamente in pericolo per mancanza del “Cibo della Vita”.
Gli apostoli allora non capirono che avrebbero dovuto “farsi cibo spirituale” loro stessi per sfamare quelle folle “stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”.
E dunque che dobbiamo fare? Finita la Messa, ci trasformiamo tutti in predicatori? Mi piace ricordare una frase di S. Francesco, che Papa Francesco ama ripetere spesso: «Testimoniate sempre Cristo in ogni modo e, quando non se ne può fare a meno, anche con le parole».
Perciò qualche celebrante preferisce congedarci dall’incontro ecclesiale e inviarci in missione nel mondo con le parole: «Glorificate Dio con la vostra vita. Andate in pace!»
«Ite, missa est!»

                                                                                                      Silvia Campanella
                                                                                                            26/1/14


3 commenti:

  1. Anonima: Dai Rasna con amore. La parola sempre sia.... con la giusta traduzione.

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  2. Traduzione "giusta": Tages (voce della terra) missa est. E' semplice: prima Tages figlio della terra e nipote di Giove, poi Gesu' figlio della Vergine e del nostro Dio. Pace e bene.

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