mercoledì 25 febbraio 2015

Quella nuvoletta grande come una mano d’uomo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa riflessione della nostra Silvia:
Vi propongo questa riflessione partendo da una storiella, che molti probabilmente già conoscono perché gira da un po’ di tempo in diverse versioni. E’ solo una barzelletta, ma mi ha fatta pensare.
L’ ammiraglio di un grande transatlantico è uomo di profonda fede. Un brutto giorno, proprio in pieno oceano, la nave subisce un guasto e comincia ad incamerare acqua. Si sparge il panico tra i passeggeri e il personale di bordo. Lui, l’ammiraglio, sereno e forte, tranquillizza tutti: «Dio ci salverà!» Di lì a poco passa un peschereccio e i pescatori, resisi conto della situazione del transatlantico, offrono soccorso. Lui dichiara subito di non aver bisogno di aiuto:  «Dio ci salverà!» Intanto la nave si piega su un lato continuando a riempirsi d’acqua. Chi riesce a salire sulle scialuppe cerca di mettersi in salvo, mentre lui continua nella sua professione di fede. Passa un secondo peschereccio che offre aiuto: «Non abbiamo bisogno, grazie: Dio ci salverà!» Ormai il transatlantico è quasi sommerso dall’acqua, quando ecco un terzo peschereccio che offre soccorso ricevendo la stessa risposta: «Dio ci salverà!»
La nave affonda e l’ammiraglio muore. Trovandosi davanti a Dio, protesta: «Signore, ma io ho avuto tanta fiducia in te: perché non mi hai aiutato?» «Come non ti ho aiutato!? Ti ho mandato tre pescherecci!»
Già! Tre provvidenziali pescherecci, ma il nostro ammiraglio, orgoglioso capitano di un grande transatlantico, si sentiva avvilito al pensiero di essere salvato da un peschereccio, una cosa quasi banale, che non avrebbe fatto grande effetto a nessuno, chi mai avrebbe gridato al miracolo? Il nostro in cuor suo si aspettava, certamente, qualcosa di grandioso, qualche salvataggio divino con “effetti speciali”, qualcosa che facesse parlare con stupore. Forse si vedeva già intervistato da varie televisioni, la sua immagine sui più letti rotocalchi mentre alzava trionfante qualche vessillo della fede. I “salotti” più in vista della “buona società” lo avrebbero pregato di accettare un invito. Nella sua mente aveva già elaborato la sua testimonianza sconvolgente per rendere gloria a Dio … a Dio? o a se stesso? Avrebbe potuto mostrare al mondo la sua grande fede e tutto il coraggio che da questa gli derivava: un eroe insomma, un eroe della fede magari, ma avrebbe vissuto il suo attimo di successo. Poteva mai immaginare che Dio, di fronte a un uomo di così grande valore, gli avrebbe proposto l’umiliazione di essere tratto in salvo da un peschereccio, quando a Mosé e a tanti altri nel corso della storia ha concesso segni di cui ancora oggi si parla?  Chissà, può darsi che il nostro ammiraglio abbia fantasticato che Dio sollevasse sulle ali degli angeli la sua nave e tutti lo avrebbero visto arrivare in porto dal cielo oppure … chissà!
Che ne dite, a volte somigliamo un po’ a quell’ammiraglio?
Lo confesso, a me capita di fantasticare su qualche intervento divino “ad effetto”. Una volta, durante un nostro convegno, pregavo per qualcosa che mi stava molto a cuore: «Signore, potresti fare così … e così … Vorrei che tu mostrassi … e poi …». E parlavo, parlavo dentro di me cercando di convincerlo della bontà della mia richiesta e della soluzione che gli prospettavo. Vennero dei fratelli, ovviamente ignari dei miei pensieri, a pregare su di me e mi sentii dire: «Il Signore ti chiede: “vuoi essere tu a dirmi quello che devo fare?” ». Mi vergognai e cominciai a balbettare in cuor mio delle giustificazioni: «No, Signore! E’ solo, sai, che io dico quello che la mia povera fantasia suggerisce, ma poi, lo so, quello che vuoi tu è la cosa giusta …».
Non so se è solo cosa mia, ma a volte, anche quando chiediamo (o pretendiamo?) cose, anche oggettivamente buone, come la conversione di una persona cara o la guarigione di un malato grave, il successo della nostra missione per il bene delle anime, mi pare che abbiamo un saggio dire, espresso in: «Signore, sia fatta la tua volontà» e una prosecuzione inespressa: «però tu fa’ come ti dico io …» E sono sempre transatlantici portati in volo dagli angeli, mai modesti pescherecci. Soluzioni, le nostre, che, secondo la nostra mentalità, ci sembrano non solo desiderabili, ma irresistibili, inconfutabili anche da parte dei più accaniti avversari della fede. Mi chiedo: è “ad maiorem gloriam Dei” o “ad maiorem gloriam mei”? Voi ve lo chiedete mai?
Di contro, mi torna alla mente Elia. Sì, proprio lui, il più grande dei profeti, potremmo dire “il padre di tutti i profeti”. Lui, attraverso il quale il Signore ha operato grandi segni:  ha bloccato la pioggia per anni, ha sbaragliato i profeti di Baal, ha perfino risuscitato il figlio della vedova di Sarepta. Lui a cui il Signore si è manifestato potentemente in dialoghi personali, in pane e acqua portati dagli angeli per sostenerlo nel suo lungo cammino, in carne consegnatagli dai corvi per ordine di Dio, la farina e l’olio della povera vedova che non si esaurivano: insomma, Elia, una vita carismatica all’insegna della potenza divina.
Bene, Elia con la parola pronunciata per bocca sua dal Signore, ha fermato la pioggia per anni, poi è dovuto fuggire fino a Serepta di Sidone. Ma ora che il popolo è alla disperazione della fame a causa della siccità prolungata, Elia deve tornare sul Monte Carmelo e annunciare il perdono di Dio con il ritorno della pioggia.
Qui avviene ancora un segno potente: la sfida con i profeti di Baal, la loro sconfitta, la proclamazione da parte del popolo che “il Signore è Dio”. Allora Elia può annunciare al re Acab il ritorno della pioggia.
Lì sul Carmelo, il cielo è terso, non c’è alcun segno che faccia presagire l’arrivo della pioggia. Elia è lì, prostrato in preghiera affinché Dio abbia pietà del suo popolo. Il suo servo corre, per suo ordine, su e giù per il monte, per scrutare il cielo, ma quel cielo è sempre d’un azzurro limpido. La settima volta scorge una “nuvoletta grande come una mano d’uomo” e si affretta a riferirlo ad Elia. Un segno veramente insignificante per chi attende una pioggia tanto abbondante da far rinascere la vita in una terra ormai desertificata, un segno che nessuno avrebbe riconosciuto come tale. Ma il profeta, servo del Signore, compie in quel momento un salto della fede e passa dai grandi segni di potenza, dal fuoco sceso dal cielo a consumare l’olocausto, allo scoprire la presenza salvifica di Dio nel poco o nulla di quella nuvoletta e manda il servo ad avvisare il re Acab. E la pioggia inonda la terra.
E noi siamo capaci di scorgere quella “nuvoletta” nella nostra vita, rimanendo in preghiera finché giunga la grazia? Sicuri che giungerà per quel piccolo segno, per quella parola, per quel gesto insignificante, di per sé irriconoscibile se non per una visione di fede, se non – potremmo dire – per una confidenza col Padre?
O meglio ancora, siamo capaci noi stessi di essere quella nuvoletta per i nostri fratelli, senza avere la pretesa di essere noi una pioggia scrosciante, un segno potente? Certi che il Signore può da un piccolo segno trarre vita abbondante?
La pioggia dunque arriva e irrora la terra e questa riprende a fruttificare, ma per Elia non è ancora finita: il Signore ancora deve completare l’ opera Sua in lui.
La regina Gezabele, furibonda per l’uccisione dei profeti di Baal, lo vuole morto ed egli deve fuggire ancora. Torna verso l’Oreb, deve fare a ritroso la strada che il popolo fece per arrivare alla terra promessa dopo che Dio aveva stabilito con lui la sua alleanza con il dono della Legge. Deve tornare alle origini per capire.
Ora Elia è sull’Oreb, il cammino era stato faticoso, ma il Signore lo aveva sostenuto con il pane e l’acqua portati dagli angeli. E’ lì, chiuso in una caverna, quando il Signore gli chiede: «9Che cosa fai qui, Elia?». Ancora pieno di orgoglio, risponde: «10Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita». E Dio gli ordina di uscire per stare alla Sua presenza. «11Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. 13Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso della caverna» (2Re 19,9-13).
Il Signore non si manifestava più nella potenza dei segni esterni, ma nell’intimo dell’anima col soffio silenzioso dello Spirito.
Ancora però Elia non demorde dal suo atteggiamento orgoglioso, ancora si professa per due volte come l’unico fedele. Ancora non comprende che per grazia è stato chiamato ad essere profeta, ancora non ringrazia per il dono incommensurabile ricevuto, ma si sente vittima dell’ingiustizia altrui, lui l’unico giusto. Ma il Signore gli spiega che ha mantenuto per sé settemila fedeli: «18tutti i ginocchi che non si sono piegati a Baal e tutte le bocche che non l'hanno baciato».
Ora l’opera in Elia è compiuta, ora è sconfitto l’ultimo nemico: il suo orgoglio, ora deve tornare indietro per cedere il suo posto di profeta ad Eliseo. Ma in questa umiliazione, purificato dall’orgoglio, diventerà tanto grande da essere rapito in cielo su un carro di fuoco, cioè nella gloria di Dio ed apparirà con Mosè accanto a Gesù nella trasfigurazione.
Oh povero ammiraglio! Quanto sarebbe stato grande anche lui se avesse riconosciuto la grazia salvifica di Dio nel primo peschereccio, quel peschereccio come la nuvoletta di Elia, sottomettendo a Dio il suo orgoglio.
E quanto è grande l’umiltà agli occhi di Dio: la Sua salvezza non si è forse manifestata in un bambino povero, deposto in una mangiatoia e in un cuore trafitto di un uomo straziato sulla croce? Non si è realizzata nel “fiat” fiducioso di una ragazzina senza arte né parte, quel breve fiat ripetuto ogni giorno, anche nelle situazioni in cui era più difficile vedere la mano amorevole di Dio? Ma per la sua umile fede Maria è per sempre Regina del cielo, madre e signora dell’umanità nuova.
                                                                                                           Silvia Campanella

                                                                                                                                           21/2/15 

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